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Marzo 2008 Archives

riprendo a scrivere

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Riprendo a scrivere dopo una lunga interruzione che mi ha portato alcuni giorni lontano da Roma dove mio figlio era in ospedale per un incidente automobilistico (che non lascerà conseguenze)

 

Tiro un bilancio personale del periodo che é trascorso dall'ultima annotazione sul blog, in cui - confesso - ho ripreso a non dare gran attenzione alla cronaca politica dei giornali. "Ripreso" nel senso che fino a sei mesi fa mi ero abituato a saltarla a pié pari.  Puo' essermi quindi sfuggito qualcosa, ma nel bilancio che traccio c'é la sensazione che il Pd non sia riuscito a imporre le tematiche della campagna elettorale, e con esse una visione della società. Ha esposto buone intenzioni, adattate sull'auditorio e scelte pezzo a pezzo (piecemeal, direbbero gli inglesi).

La buona partenza in cui ha dettato l'agenda politica e costretto Belusconi a una reazione (la lista unica) che forse gli costerà la maggioranza in Senato é rimasta circoscritta al terreno della geografia politica. Forse é già molto ed é inutile pretendere altro.

Il tema Alitalia é stato quello vero che ha tenuto banco nel dibattito politico. Vi é stata una vera battaglia, in cui Belrusconi, che si era presentato nella campagna elettorale con la veste dello statista, ha tradito una visione del mondo farcita di contenuti antistituzionali. Eppure, bisogna chiedersi: che bisogno aveva il Governo, che pure ha rinviato le nomine nelle società pubbliche, di chiudere la partita, una volta che si era ingarbugliata, invece di lasciarla ai nuovi governanti? Mi e' apparso condivisibile  l'editoriale di Modran su Il Sole 24 ore del 29 marzo.  

     In ospedale, al ristorante, in treno, in ambulatorio, in fila di attesa postale o bancaria, non ho incontrato persone inclini a parlare di politica. Non mi sono imbattuto in santini che invitino a votare un candidato o volantini inseriti di straforo in qualche posto frequentato dal pubblico. Il pathos elettorale sembra riguardare una porzione ristretta della popolazione.

E se fosse antifemminismo?

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Aggiungo una mia considerazione sulla rappresentanza femminile nelle liste del Pd e nel Parlamento, preso da un dubbio atroce. Non è un dubbio che nasce da argomenti tipo "fosse delle Marianne", che con felice espressione Maria Laura Rodotà ha riferito sul Corriere alla graduatoria in lista delle candidate femminili (ripreso anche da Elisabetta Ambrosi su Reset e nella lettera promossa da Mercedes Bresso).
Il dubbio è un altro. Parte dal fatto che non vi era occasione migliore di accrescimento della rappresentanza femminile per fondare su basi diverse il quadro femminile di questo partito. Qualificando quindi il "nuovo" che questo partito va inseguendo.
Le donne, di nuovo, sono state inserite nella lista di testa in quanto "donne" e militanti di lungo corso. Nessuno ha concepito di indirizzarsi alla presenza femminile per colmare i vuoti di competenza. Servivano esperti di questioni giuridiche? Non vi e' dubbio che vi siano in giro avvocatesse, costituzionaliste, ecc. straordinarie. Grand commis, conoscitrici della macchina dello Stato? ci sono di prim'ordine, basta volerle. Imprenditori? Ci sono anche qui figure femminili eccezionali. Esperte di questioni settoriali? In qualsiasi settore e' possibile trovare il livello di eccellenza. Capi di organizzazioni di massa? Basta cercarle nelle organizzazioni della società civile come nelle grandi istituzioni. Giovani trentenni? alcune, per le già rilevanti realizzazioni, avrebbero potuto essere l'emblema di un futuro del Paese da guardare con ottimismo. E via discorrendo.
Qui viene il dubbio: e se nel profondo della mente dei nostri dirigenti (quel profondo che viene negato a se stessi, anzi dà luogo a attestati del tutto opposti) vi sia una concezione della donna come moglie dedita, angelo del focolare, organizzatrice delle retrovie del suo uomo, fedele; e allo stesso tempo una incapacità di percepirla come personalità autonoma, di accettare con lei un piano paritario, o che giochi il suo ruolo paritetico nella società?
Quale sarebbe il riflesso psicanalitico di questo inconscio in politica? Si tradurrebbe istintivamente in nuove candidature cercate nelle segreterie e nell'entourage dei leader, rivolte verso chi ha organizzato loro la vita nelle retrovie, ha reso servizi, ha doti di fedeltà non dubitabili. In più con l'aggiunta di alcune mascotte in funzione filiale. E, ovviamente si tradurrebbe in una resistenza istintiva verso donne professioniste e portatrici di conoscenze e, soprattutto, di leadership. Il che non vuol dire ovviamente che le prescelte non siano persone degne e meritevoli, ma semplicemente che non avevano, ne' potevano avere avversarie.
Capisco una giustificante. Non erano a portata di mano candidature di altro tipo, perché le organizzazioni femminili, fonte della legittimazione, con lo loro inconsistenza,fumosità e autoreferenzialità hanno in questi anni fatto scappare le donne professioniste. Ma ora che queste lobby si sono indebolite, quale migliore occasione per sparigliare e dare un senso di nuovo?
Meglio non indagare. Accontentiamoci della la quota del 30% e usiamola come grande conquista e segno di "modernità".

L'euro oltre quota 1,50

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La crescita dell'euro continua; oggi un nuovo record a 1,545 dollari per euro. Devo confessare che ho un certo orgoglio per aver raggiunto anni fa la conclusione - espressa pubblicamente quando si macinavano record attorno a 1,15/1,20 dollari che occupavano le prime pagine dei giornali e sembravano esagerati - che l'ascesa avrebbe raggiunto 1,50. Qualche amico mi é grato per essere stto trattenuto da investimenti sbagliati o indotto a liquidarli.
Certo, a volte si ha ragione anche per caso. Nessuno poteva prevedere l'ostinazione della Banca Centrale Europea a tenere i tassi a livelli consistentemente più elevati che negli Usa. Più prevedibile, invece, era una crisi finanziaria negli Usa non appena la crescita avesse decelerato, o i tassi fossero stati alzati, o il mercato immobiliare avesse iniziato a cedere (sebbene, anche qui, le modalità sono state imprevedibili). Ma, al di là di tutto, era impossibile, con la scintilla giusta, che il mercato finanziario potesse continuare a ignorare che i saldi esteri erano su sentieri insostenibili e che quelli pubblici non erano tranquillizzanti. La crisi valutaria é un fatto a sé, ma finché il mercato sconta una reazione di politica economica in Usa per tamponarne gli effetti reali e finanziari, il dollaro continuerà a cadere.
Ora l'importante é fare il punto sulle conseguenze in Europa dell'euro che si apprezza (indipendentemente da quelle legate al possibile contagio della recessione).
É banale che vengano danneggiate le esportazioni verso l'area del dollaro e verso quelle che ne seguano, almeno in parte, le sorti. Il punto é, però, che, per quanto forte possa essere l'effetto, le esportazioni dell'Europa fuori dai suoi confini sono solo il 9% del Pil e altrettanto sono le importazioni (percentuali inferiori a quelle degli Usa e del Giappone). Senza contare che molto commercio estero (circa 1/3) rappresenta trasferimenti di merci che avvengono all'interno delle imprese multinazionali, che poco sono sensibili a variazioni di prezzi.
Ormai sono anni che l'euro cresce, ma questo non ha impedito che le esportazioni europee  dell'area euro al suo esterno crescessero a ritmi superiori a quelle del Pil e che la bilancia in conto corrente dell'area fosse in attivo da sei anni.
Un euro alto svalorizza, inoltre, l'incremento di costo delle materie prime, anche se non lo annulla del tutto, e contribuisce a tenere a freno l'inflazione.
In un certo senso, il valore alto della valuta in periodi di subbuglio monetario, può non essere un danno rilevante. Una rivalutazione agisce sempre come un surrogato dell'"economia dell'offerta", perché stimola le imprese a rafforzare la competitività, puntare sulla qualità, portarsi in segmenti di nicchia, cercare i mercati di sbocco più convenienti. In questo processo di rafforzamento rientra l'internazionalizzazione, e l'euro alto può contribuire a abbassarne i costi, quando comporta acquisizioni extra europee di imprese o la predisposizione di reti di vendita e distribuzione all'estero.
Se poi, il dollaro debole (con le sue cause e effetti) contribuisce riequilibrare la bilancia commerciale degli Usa e a frenare la discesa del risparmio personale in quel Paese, l'esito del miglioramento dei fondamentali porterà da solo a invertire gli andamenti valutari.
Di conseguenza, se ci fermiamo qui, é possibile che la politica della Bce non sia sbagliata. Il raffreddamento della crescita in Europa ha altri canali e quelli valutari vi contribuiscono a poco.
Il mondo dell'economia, tuttavia, ha sempre complessità tali da rendere impossibile che non vi sia la presenza di fenomeni concomitanti che rompono l'univocità del giudizio. Innanzi tutto, l'effetto ricchezza in Europa é negativo, perché i precedenti accumuli di investimenti finanziari in dollari incorporano perdite di valore. Il che va aggiungersi a un effetto ricchezza prodotto dalle borse nella stessa direzione. Vi é poi da dire che l'alter ego del dollaro debole é l'incremento delle materie prime, che ha stretta attinenza con esso, in quanto é amplificato da investimenti finanziari che cercano rifugio speculativo alla caduta del biglietto verde. Per cui, una politica monetaria europea che favorisca indirettamente la debolezza del dollaro favorisce anche l'ascesa delle materie prime e si morde la coda nella rincorsa a attenuare gli effetti di tale ascesa. Lo stesso impulso di offerta della rivalutazione é benefico purché non sia esagerato  purché sia una tendenza che si presenti come trend, senza salti repentini, all'interno di cicli valutari che comportino anche fasi di discesa.
Vi é da dire, poi, che se anche deboli come effetti diretti, quelli innescati dalla caduta del dollaro  indirettamentel sono importanti. Altre parti del mondo ne risentono e riverberano sull'Europa aspettative e umori che tendono a autorealizzarsi.
Tutto quindi lascia concludere che, sebbene non sia drammatico in sé che l'euro sia a 1,50 dollari, o giu di lì, é anche opportuno che non vada oltre.
Una politica monetaria rigorosa in un'area che emette una valuta mondiale come l'euro é soprattutto auspicabile quando ha dall'altro lato una politica macroeconomica espansiva. Le imprese sono allora indotte dalla valuta "forte" a ristrutturarsi e migliorare il loro assetto competitivo, ma allo stesso tempo possono contare su domanda, profitti e aspettative favorevoli che aiutano i consumi e le decisioni rischiose di investimento proiettate nel lungo periodo. Con un euro forte e domanda sostenuta, l'economia europea si avvarrebbe di beni importati a basso costo, sarebbe in passivo nei suoi conti esteri, ma li finanzierebbe facilmente con la sua stessa valuta, contribuendo contemporaneamente al riassorbimento degli squilibri mondiali.
Il guaio é che in Europa non ha l'assetto istituzionale giusto per prendere a livello centralizzato decisioni che abbiano impatto reale (come, al contrario, avviene in Usa) o, più in generale, per governare il quadro macroeconomico. Per cui, la pressione per agire sulla domanda si rivolge impropriamente alla Bce (e c'é perfino da sperare che sia soddisfatta). Ma dovrebbe indirizzarsi a un "altrove" che in Europa non c'é.

Rimangono allora solo le decisioni dei singoli paesi. Una politica macroeconomica espansiva a livello europeo potrebbe essere surrogata da un  accordo tra i paesi membri per un simultaneo abbattimento dell'imposizione, indirizzato a stimolare i consumi. Singolarmente disastroso, sarebbe collettivamente benefico all'economia dei 23 Paesi e, alla fine, neutro sui saldi pubblici individuali.

Patto tra produttori?

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Sono tre figure che appartengono al vastissimo mondo di coloro che stentano ad arrivare alla fine del mese. La decisione del Pd di portare in Parlamento un operaio di grande impresa, una impiegata Asl e una precaria di un call center e' una scelta felice. Attiene alle migliori tradizioni delle due anime storiche che compongono il partito, in quanto Dc e Pci avevano sempre promosso persone rappresentative del mondo del lavoro, curando di selezionarle tra coloro che si erano distinti per grado di elaborazione sulla propria condizione di vita e dei loro simili. Non solo testimonianza, quindi, perche' in Parlamento non servirebbe a molto. Non vi e' motivo di dubitare che questo sia anche stato il criterio di selezione seguito. Se e' così, c'e' solo da rammaricarsi che il drappello non sia stato piu' consistente (ed esteso anche a lavoratori autonomi) ma si sia limitato a tre figure simbolo da presentare emblematicamente.

Non e' questo, tuttavia, il mio punto di riflessione. Inevitabile che Veltroni fosse chiamato a dare spiegazioni (tanto a giornalisti come ai critici da sinistra) su come queste presenze si concilino con quella di Colaninno. E lo ha fatto definendo come "naturale la presenza insieme nelle liste di operai e imprenditori perché risponde all'idea di un patto tra produttori per promuovere la crescita e l'equità della crescita" (Ansa del 28 febbraio). Quattro giorni piu' tardi ha difeso la candidatura a sorpresa di Calearo dichiarando che "rappresenta il patto tra produttori che vogliamo realizzare" (Repubblica e Corriere della Sera del 3 marzo).

La questione del patto merita qualche considerazione. Parto da lontano. Da una cultura liberale che il Pd sta affannosamente (e disordintamente) cercando di far propria, a volte senza una adeguata riflessione sui limiti (e pregi), a volte senza un bagaglio di elaborazioni critiche appropriate, a volte con posizioni di principio che arrivano, in esponenti di punta, a una accettazione acritica e ideologica della concorrenza e della superiorita' del mercato, a volte senza un'adeguata considerazione sulla cultura (socialdemocratica?) che vuole superare. Ci sara' tempo per una riflessione, se il Pd non adbichera', come fecero miseramente le sue componenti costitutive, a definire la sua cultura e visione di fondo della societa'.

Su un passaggio e' inequivocabile, tuttavia, che la cultura liberale marchi un punto di vantaggio. Nel superamento dei riferimenti tradizionali con cui la sinistra ha pensato sé stessa e la sua funzione politica, riassumibili in declinazioni in termini di "patto tra produttori", "centralità del lavoro", "alleanze tra ceti". In quanto quei riferimenti, al di là del frasario rituale, sarebbero poco chiari e, se chiariti, fuorvianti. Se é liberale che un partito politico non abbia constituences privilegiate e prenda come riferimento del suo agire il benessere sociale collettivo e gli effetti che ricadono sull'intera società (più spesso il benessere che deriva alle generazioni future), in questo stretto senso é bene che il Partito Democratico sia liberale. Chi sarà convinto del suo agire in sede pubblica, della giustezza del suo programma, della sua funzione, chiamiamola così, storica, lo voterà e lo sosterrà, senza che ciò derivi da cinghie di trasmissioni, collateralismi o privilegio di istanze particolaristiche (quand'anche diffuse). Il che non esclude spontanee convergenze, purché sempre coniugate sul terreno del benessere sociale.

Meglio sarebbe stato che Veltroni avesse risposto: "Nessuna contraddizione nella presenza di figure sociali diverse, perche' il Pd vuole essere l'interprete dell'interesse generale e del benessere collettivo e questo interessa tutti gli stati della societa', concepita come tutto. Questa ricerca dell'interesse di fondo del Paese e' la stella polare per dare il quadro dentro il quale deve stemperarsi ogni antinomia tra conflitto e collaborazione tra parti della società (quest'ultimo concetto da tradurre,semmai, in linguaggio piu' popolare)'".

"Patto tra produttori" e' parola vaga in questo contesto e imporrebbe una spiegazione di cosa in realtà s'intenda, di chi lo sottoscrive e con quali contenuti. Perche' la visione della societa' che sottintende e' ipersemplificata e riduttiva. Non idonea a un partito che vuole essere "moderno".

Capisco che in campagna elettorale si ricorra anche a escamotage verbali (ne' e' certo che le frasi riportate non siano, pur se tra virgolette, libere allocuzioni sintetiche dei giornalisti). Quale che sia, e' vero in assoluto che la terminologia a volte comunica un mondo culturale e comunque non e' neutra di fronte alla funzione pedagogica che un partito dovrebbe aspirare ad avere verso i suoi elettori e militanti.

Sabato scorso, 1 marzo, Attali e' stato a Roma per discutere con opinion leaders e policy makers - selettivamente invitati da Astrid, sponsor dell'iniziativa - il Rapporto redatto dalla Commissione che egli ha presieduto. Quella Commissione, promossa dal Presidente francese Sarkosy, ha avuto il compito di indicare le vie per liberare la crescita di quel Paese, e lo ha fatto con 340 proposte operative, articolate attorno a poche parole d'ordine in campi sensibili.

Dico subito che a me il Rapporto e' parso un esito di alto livello, al cui fondo - mi sembra di cogliere - e' la consapevolezza che la crescita non sia questione di questa o quella misura, giocata sul piano della macrolegislazione, ma di un insieme numeroso di misure (di implementazione, intervento, rimozione di ostacoli gratuiti), che si sorreggono tutte insieme e producono un risultato se perseguite congiuntamente. Misure che, singolarmente poco significative, sono capaci nella loro sinergia di cambiare totalmente il quadro di regolazione e di distribuzione di incentivi e disincentivi che arrivano agli attori economici e sociali. Il Rapporto Attali e', in primo luogo una grande lezione di metodo nello scavo che fa a 360° nella legislazione francese.
Mi son chiesto: cos'era, se non un pezzo di "Rapporto Attali" per l'Italia quel rapporto (al link i.e. pmi.pdf), che considero tuttora magistrale, - redatto in un anno di lavoro alla vigilia delle elezioni del 2006 sotto il titolo "Il mondo laborioso e creativo di pmi e lo Stato"? Tarato sulla congiunzione di condizioni necessarie per tenere vitale il settore delle piccole e medie imprese del nostro Paese, che , non dimentichiamolo, sono condizioni per tenere vitale il Paese medesimo. Fra l'altro, redatto nello stesso stile del Rapporto Attali: "le grandi direttrici di marcia" nella tematica esaminata (internazionalizzazione, fisco credito, tecnologia, concorrenza leale, P. A. ecc., ecc., ecc.); "gli obbiettivi all'interno di quelle direttrici", "le azioni di governo per raggiungerli" (150 pagine di libro, forse altrettante azioni di governo, coordinate tra loro per orizzonti).
Quel lavoro rimase un librettino, senza nessun interesse per una dirigenza politica immersa in tutt'altra concezione della politica e del governo. Fuori tema rispetto ai canoni della politica italiana e alla sua interpretazione a sinistra.
Al di là del fatto emblematico, la domanda e' un'altra. Perché la sinistra - intendo quella che si autodefinisce riformista, quella di mia appartenenza - e' stata sempre incapace di lavorare per dossier su snodi chiave, e mai nel suo dna e' entrata la consapevolezza che la crescita si gioca sui tanti delicati interventi di bisturi, che insistono nella microlegislazione, e non nell'eclatante colpo di accetta? Il lavoro di scavo e ricognizione all'interno di microsituazioni - sostenuto da idee guida e immaginazione - le e' estraneo. Per cui ben venga Attali, se l'attenzione che ha attratto sulla stampa puo' contribuire da noi a una lezione di metodo e far risultare insopportabile quel lavoro di ricerca di idee clamorose e accattivanti (il più delle volte generiche), che con tante cose hanno a che fare meno che con una visione dell'innesco di condizioni per una crescita che si sostenga.
Il dossier (o i dossier) non escludono che possano esservi idee di governo da presentare in forma sintetica, ne' una campagna elettorale può farne a meno. Certamente no, ma quando hanno dietro quel lavoro di scavo da cui le stesse idee derivano (i dossier, appunto). Se, invece, i programmi e le grandi evocazioni sono improvvisazioni di circostanza (un esercizio strumentale prodotto al momento opportuno) tali rimangono, anche nella considerazione dei destinatari.
In più le "grandi idee" hanno uno validità sintetica quando sono pronunciamenti in grado di provocare un plebiscito: "si" o "no", "a favore" o "contro", in quanto elementi di grandi discriminanti e di pezzi di ingegneria sociale. Ma siamo lontanissimi da ciò nel Programma del Pd (e non e' questione di ristrettezze dei tempi). Chiediamoci, ma non e' che un esempio, che senso ha sprecare uno dei dodici punti a disposizione per enunciare che si incentiverà la patrimonializzazione delle imprese. E' sicuramente una misura di buon senso e probabilmente utile (che io ho perorato nel Rapporto sulle modifiche alla tassazione delle imprese redatto per il Ministero dell'Economia). Ma che discriminante e'? Che senso dà della strategia e visione di crescita, quando come misura in sé e' insignificante se non provvista di un corredo di decine altre travi di sostegno con le quali entri in sinergia?. La realtà e' che il programma del Pd non si iscrive ancora in un alveo culturale e metodologico rinnovato e mal si intona con gli embrioni di cambiamento che il Pd lascia  intravedere in altri campi.
   Per fortuna le elezioni non si vincono sui programmi. E, se si vincessero su di essi, partiremmo perfino comparativamente in svantaggio.

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[1] Reperibile al sito di Astrid