La crescita dell'euro continua; oggi un nuovo record a 1,545 dollari per euro. Devo confessare che ho un certo orgoglio per aver raggiunto anni fa la conclusione - espressa pubblicamente quando si macinavano record attorno a 1,15/1,20 dollari che occupavano le prime pagine dei giornali e sembravano esagerati - che l'ascesa avrebbe raggiunto 1,50. Qualche amico mi é grato per essere stto trattenuto da investimenti sbagliati o indotto a liquidarli.
Certo, a volte si ha ragione anche per caso. Nessuno poteva prevedere l'ostinazione della Banca Centrale Europea a tenere i tassi a livelli consistentemente più elevati che negli Usa. Più prevedibile, invece, era una crisi finanziaria negli Usa non appena la crescita avesse decelerato, o i tassi fossero stati alzati, o il mercato immobiliare avesse iniziato a cedere (sebbene, anche qui, le modalità sono state imprevedibili). Ma, al di là di tutto, era impossibile, con la scintilla giusta, che il mercato finanziario potesse continuare a ignorare che i saldi esteri erano su sentieri insostenibili e che quelli pubblici non erano tranquillizzanti. La crisi valutaria é un fatto a sé, ma finché il mercato sconta una reazione di politica economica in Usa per tamponarne gli effetti reali e finanziari, il dollaro continuerà a cadere.
Ora l'importante é fare il punto sulle conseguenze in Europa dell'euro che si apprezza (indipendentemente da quelle legate al possibile contagio della recessione).
É banale che vengano danneggiate le esportazioni verso l'area del dollaro e verso quelle che ne seguano, almeno in parte, le sorti. Il punto é, però, che, per quanto forte possa essere l'effetto, le esportazioni dell'Europa fuori dai suoi confini sono solo il 9% del Pil e altrettanto sono le importazioni (percentuali inferiori a quelle degli Usa e del Giappone). Senza contare che molto commercio estero (circa 1/3) rappresenta trasferimenti di merci che avvengono all'interno delle imprese multinazionali, che poco sono sensibili a variazioni di prezzi.
Ormai sono anni che l'euro cresce, ma questo non ha impedito che le esportazioni europee dell'area euro al suo esterno crescessero a ritmi superiori a quelle del Pil e che la bilancia in conto corrente dell'area fosse in attivo da sei anni.
Un euro alto svalorizza, inoltre, l'incremento di costo delle materie prime, anche se non lo annulla del tutto, e contribuisce a tenere a freno l'inflazione.
In un certo senso, il valore alto della valuta in periodi di subbuglio monetario, può non essere un danno rilevante. Una rivalutazione agisce sempre come un surrogato dell'"economia dell'offerta", perché stimola le imprese a rafforzare la competitività, puntare sulla qualità, portarsi in segmenti di nicchia, cercare i mercati di sbocco più convenienti. In questo processo di rafforzamento rientra l'internazionalizzazione, e l'euro alto può contribuire a abbassarne i costi, quando comporta acquisizioni extra europee di imprese o la predisposizione di reti di vendita e distribuzione all'estero.
Se poi, il dollaro debole (con le sue cause e effetti) contribuisce riequilibrare la bilancia commerciale degli Usa e a frenare la discesa del risparmio personale in quel Paese, l'esito del miglioramento dei fondamentali porterà da solo a invertire gli andamenti valutari.
Di conseguenza, se ci fermiamo qui, é possibile che la politica della Bce non sia sbagliata. Il raffreddamento della crescita in Europa ha altri canali e quelli valutari vi contribuiscono a poco.
Il mondo dell'economia, tuttavia, ha sempre complessità tali da rendere impossibile che non vi sia la presenza di fenomeni concomitanti che rompono l'univocità del giudizio. Innanzi tutto, l'effetto ricchezza in Europa é negativo, perché i precedenti accumuli di investimenti finanziari in dollari incorporano perdite di valore. Il che va aggiungersi a un effetto ricchezza prodotto dalle borse nella stessa direzione. Vi é poi da dire che l'alter ego del dollaro debole é l'incremento delle materie prime, che ha stretta attinenza con esso, in quanto é amplificato da investimenti finanziari che cercano rifugio speculativo alla caduta del biglietto verde. Per cui, una politica monetaria europea che favorisca indirettamente la debolezza del dollaro favorisce anche l'ascesa delle materie prime e si morde la coda nella rincorsa a attenuare gli effetti di tale ascesa. Lo stesso impulso di offerta della rivalutazione é benefico purché non sia esagerato purché sia una tendenza che si presenti come trend, senza salti repentini, all'interno di cicli valutari che comportino anche fasi di discesa.
Vi é da dire, poi, che se anche deboli come effetti diretti, quelli innescati dalla caduta del dollaro indirettamentel sono importanti. Altre parti del mondo ne risentono e riverberano sull'Europa aspettative e umori che tendono a autorealizzarsi.
Tutto quindi lascia concludere che, sebbene non sia drammatico in sé che l'euro sia a 1,50 dollari, o giu di lì, é anche opportuno che non vada oltre.
Una politica monetaria rigorosa in un'area che emette una valuta mondiale come l'euro é soprattutto auspicabile quando ha dall'altro lato una politica macroeconomica espansiva. Le imprese sono allora indotte dalla valuta "forte" a ristrutturarsi e migliorare il loro assetto competitivo, ma allo stesso tempo possono contare su domanda, profitti e aspettative favorevoli che aiutano i consumi e le decisioni rischiose di investimento proiettate nel lungo periodo. Con un euro forte e domanda sostenuta, l'economia europea si avvarrebbe di beni importati a basso costo, sarebbe in passivo nei suoi conti esteri, ma li finanzierebbe facilmente con la sua stessa valuta, contribuendo contemporaneamente al riassorbimento degli squilibri mondiali.
Il guaio é che in Europa non ha l'assetto istituzionale giusto per prendere a livello centralizzato decisioni che abbiano impatto reale (come, al contrario, avviene in Usa) o, più in generale, per governare il quadro macroeconomico. Per cui, la pressione per agire sulla domanda si rivolge impropriamente alla Bce (e c'é perfino da sperare che sia soddisfatta). Ma dovrebbe indirizzarsi a un "altrove" che in Europa non c'é.
Rimangono allora solo le decisioni dei singoli paesi. Una politica macroeconomica espansiva a livello europeo potrebbe essere surrogata da un accordo tra i paesi membri per un simultaneo abbattimento dell'imposizione, indirizzato a stimolare i consumi. Singolarmente disastroso, sarebbe collettivamente benefico all'economia dei 23 Paesi e, alla fine, neutro sui saldi pubblici individuali.

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