Dico subito che a me il Rapporto e' parso un esito di alto livello, al cui fondo - mi sembra di cogliere - e' la consapevolezza che la crescita non sia questione di questa o quella misura, giocata sul piano della macrolegislazione, ma di un insieme numeroso di misure (di implementazione, intervento, rimozione di ostacoli gratuiti), che si sorreggono tutte insieme e producono un risultato se perseguite congiuntamente. Misure che, singolarmente poco significative, sono capaci nella loro sinergia di cambiare totalmente il quadro di regolazione e di distribuzione di incentivi e disincentivi che arrivano agli attori economici e sociali. Il Rapporto Attali e', in primo luogo una grande lezione di metodo nello scavo che fa a 360° nella legislazione francese.
Mi son chiesto: cos'era, se non un pezzo di "Rapporto Attali" per l'Italia quel rapporto (al link i.e. pmi.pdf), che considero tuttora magistrale, - redatto in un anno di lavoro alla vigilia delle elezioni del 2006 sotto il titolo "Il mondo laborioso e creativo di pmi e lo Stato"? Tarato sulla congiunzione di condizioni necessarie per tenere vitale il settore delle piccole e medie imprese del nostro Paese, che , non dimentichiamolo, sono condizioni per tenere vitale il Paese medesimo. Fra l'altro, redatto nello stesso stile del Rapporto Attali: "le grandi direttrici di marcia" nella tematica esaminata (internazionalizzazione, fisco credito, tecnologia, concorrenza leale, P. A. ecc., ecc., ecc.); "gli obbiettivi all'interno di quelle direttrici", "le azioni di governo per raggiungerli" (150 pagine di libro, forse altrettante azioni di governo, coordinate tra loro per orizzonti).
Quel lavoro rimase un librettino, senza nessun interesse per una dirigenza politica immersa in tutt'altra concezione della politica e del governo. Fuori tema rispetto ai canoni della politica italiana e alla sua interpretazione a sinistra.
Al di là del fatto emblematico, la domanda e' un'altra. Perché la sinistra - intendo quella che si autodefinisce riformista, quella di mia appartenenza - e' stata sempre incapace di lavorare per dossier su snodi chiave, e mai nel suo dna e' entrata la consapevolezza che la crescita si gioca sui tanti delicati interventi di bisturi, che insistono nella microlegislazione, e non nell'eclatante colpo di accetta? Il lavoro di scavo e ricognizione all'interno di microsituazioni - sostenuto da idee guida e immaginazione - le e' estraneo. Per cui ben venga Attali, se l'attenzione che ha attratto sulla stampa puo' contribuire da noi a una lezione di metodo e far risultare insopportabile quel lavoro di ricerca di idee clamorose e accattivanti (il più delle volte generiche), che con tante cose hanno a che fare meno che con una visione dell'innesco di condizioni per una crescita che si sostenga.
Il dossier (o i dossier) non escludono che possano esservi idee di governo da presentare in forma sintetica, ne' una campagna elettorale può farne a meno. Certamente no, ma quando hanno dietro quel lavoro di scavo da cui le stesse idee derivano (i dossier, appunto). Se, invece, i programmi e le grandi evocazioni sono improvvisazioni di circostanza (un esercizio strumentale prodotto al momento opportuno) tali rimangono, anche nella considerazione dei destinatari.
In più le "grandi idee" hanno uno validità sintetica quando sono pronunciamenti in grado di provocare un plebiscito: "si" o "no", "a favore" o "contro", in quanto elementi di grandi discriminanti e di pezzi di ingegneria sociale. Ma siamo lontanissimi da ciò nel Programma del Pd (e non e' questione di ristrettezze dei tempi). Chiediamoci, ma non e' che un esempio, che senso ha sprecare uno dei dodici punti a disposizione per enunciare che si incentiverà la patrimonializzazione delle imprese. E' sicuramente una misura di buon senso e probabilmente utile (che io ho perorato nel Rapporto sulle modifiche alla tassazione delle imprese redatto per il Ministero dell'Economia). Ma che discriminante e'? Che senso dà della strategia e visione di crescita, quando come misura in sé e' insignificante se non provvista di un corredo di decine altre travi di sostegno con le quali entri in sinergia?. La realtà e' che il programma del Pd non si iscrive ancora in un alveo culturale e metodologico rinnovato e mal si intona con gli embrioni di cambiamento che il Pd lascia intravedere in altri campi.
Per fortuna le elezioni non si vincono sui programmi. E, se si vincessero su di essi, partiremmo perfino comparativamente in svantaggio.
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[1] Reperibile al sito di Astrid
Lontani dalla consapevolezza di cosa sorregga un programma per governare
Sabato scorso, 1 marzo, Attali e' stato a Roma per discutere con opinion leaders e policy makers - selettivamente invitati da Astrid, sponsor dell'iniziativa - il Rapporto redatto dalla Commissione che egli ha presieduto. Quella Commissione, promossa dal Presidente francese Sarkosy, ha avuto il compito di indicare le vie per liberare la crescita di quel Paese, e lo ha fatto con 340 proposte operative, articolate attorno a poche parole d'ordine in campi sensibili.
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