Non e' questo, tuttavia, il mio punto di riflessione. Inevitabile che Veltroni fosse chiamato a dare spiegazioni (tanto a giornalisti come ai critici da sinistra) su come queste presenze si concilino con quella di Colaninno. E lo ha fatto definendo come "naturale la presenza insieme nelle liste di operai e imprenditori perché risponde all'idea di un patto tra produttori per promuovere la crescita e l'equità della crescita" (Ansa del 28 febbraio). Quattro giorni piu' tardi ha difeso la candidatura a sorpresa di Calearo dichiarando che "rappresenta il patto tra produttori che vogliamo realizzare" (Repubblica e Corriere della Sera del 3 marzo).
La questione del patto merita qualche considerazione. Parto da lontano. Da una cultura liberale che il Pd sta affannosamente (e disordintamente) cercando di far propria, a volte senza una adeguata riflessione sui limiti (e pregi), a volte senza un bagaglio di elaborazioni critiche appropriate, a volte con posizioni di principio che arrivano, in esponenti di punta, a una accettazione acritica e ideologica della concorrenza e della superiorita' del mercato, a volte senza un'adeguata considerazione sulla cultura (socialdemocratica?) che vuole superare. Ci sara' tempo per una riflessione, se il Pd non adbichera', come fecero miseramente le sue componenti costitutive, a definire la sua cultura e visione di fondo della societa'.
Su un passaggio e' inequivocabile, tuttavia, che la cultura liberale marchi un punto di vantaggio. Nel superamento dei riferimenti tradizionali con cui la sinistra ha pensato sé stessa e la sua funzione politica, riassumibili in declinazioni in termini di "patto tra produttori", "centralità del lavoro", "alleanze tra ceti". In quanto quei riferimenti, al di là del frasario rituale, sarebbero poco chiari e, se chiariti, fuorvianti. Se é liberale che un partito politico non abbia constituences privilegiate e prenda come riferimento del suo agire il benessere sociale collettivo e gli effetti che ricadono sull'intera società (più spesso il benessere che deriva alle generazioni future), in questo stretto senso é bene che il Partito Democratico sia liberale. Chi sarà convinto del suo agire in sede pubblica, della giustezza del suo programma, della sua funzione, chiamiamola così, storica, lo voterà e lo sosterrà, senza che ciò derivi da cinghie di trasmissioni, collateralismi o privilegio di istanze particolaristiche (quand'anche diffuse). Il che non esclude spontanee convergenze, purché sempre coniugate sul terreno del benessere sociale.
Meglio sarebbe stato che Veltroni avesse risposto: "Nessuna contraddizione nella presenza di figure sociali diverse, perche' il Pd vuole essere l'interprete dell'interesse generale e del benessere collettivo e questo interessa tutti gli stati della societa', concepita come tutto. Questa ricerca dell'interesse di fondo del Paese e' la stella polare per dare il quadro dentro il quale deve stemperarsi ogni antinomia tra conflitto e collaborazione tra parti della società (quest'ultimo concetto da tradurre,semmai, in linguaggio piu' popolare)'".
"Patto tra produttori" e' parola vaga in questo contesto e imporrebbe una spiegazione di cosa in realtà s'intenda, di chi lo sottoscrive e con quali contenuti. Perche' la visione della societa' che sottintende e' ipersemplificata e riduttiva. Non idonea a un partito che vuole essere "moderno".
Capisco che in campagna elettorale si ricorra anche a escamotage verbali (ne' e' certo che le frasi riportate non siano, pur se tra virgolette, libere allocuzioni sintetiche dei giornalisti). Quale che sia, e' vero in assoluto che la terminologia a volte comunica un mondo culturale e comunque non e' neutra di fronte alla funzione pedagogica che un partito dovrebbe aspirare ad avere verso i suoi elettori e militanti.

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