babele

Aprile 2008 Archives

  

  Abbiamo perso anche Roma. Attendevo la sconfitta del 13 aprile, ma questa e' per me stata una sorpresa Non voglio aggiungere il mio commento ai tanti che abbiamo letto. Segnalo solo quello che per me e' il migliore: l'editoriale di  Folli su Il Sole 24 Ore di martedì.

   A me sembra che dall'insieme di questa condanna elettorale emerga, fra l'altro, un punto che la sinistra non riesce a capire: l'importanza del quotidiano individuale, del particolare individuale. Segnalavo l'emergere di queste tematiche nel lontano 1990 sull'Unità, non ricordo se diretta allora da Veltroni (non si era ancora sciolto il Pci).

     I gruppi dirigenti  della sinistra si son formati in epoche di grandi narrazioni, di opzioni ideologiche e di nette scelte di campo; sono per formazione di cultura idealista o, in generale umanistica. Tendono allora a evocare grandi scenari, prospettive di grande sintesi, a proporre - appunto - scelte di campo e non capiscono che si agitano nella vita minuta di ciascuno  intoppi, fastidi, piccole aspirazioni, insignificanti (per gli altri) vessazioni burocratiche, file di attesa che riempiono la mente di ognuno, la cui soluzione e' demandata alla sfera pubblica, anche impropriamente. Fanno premio sulle grandi questioni, escluse forse le tematiche legate ai problemi individuali occupazionali.  Questa incomprensione vale su scala di governo nazionale, dove non siamo attrezzati a misurarsi con la microlegislazione (quella che conta effettivamente per i produttori; ve lo immaginate Veltroni o D'Alema o Franceschini occuparsi degli inconvenienti legati scorporo dei terreni dai fabbricati nei bilanci delle imprese?; e' un dettaglio, eppure, sapessero quanto conta piu' delle 5000 leggi da cancellare, buttata lì un giorno piovoso di fine battaglia elettorale).  Vale a maggior ragione su scala di governo locale, dove le notti bianche, il Festival del cinema possono essere iniziative simpatiche e di richiamo, ma tornando a casa il cittadino trova le stesse strozzature di traffico o la stessa inefficienza del servizio di autobus del giorno prima, la stessa vicinanza di un campo nomadi abusivo. Dove non c'e' questo c'e altro. E qui porto una testimonianza personale. C'e' voluta tutta la mediazione di cui una persona con la mia storia per votare Pd al Comune. Sapevo di votare contro me stesso, perche' l'Amministrazione di sinistra (che lo aveva sospeso per ragioni elettorali) mi avrebbe ripresentato lo stesso progetto di edificazione massiccia (compreso un torracchione) di un area ex deposito Atac, sito nel mio quartiere di case basse e di deficit di verde e di strutture di servizio. Come fa l'Atac a essere avallata a comportarsi come un privato, valorizzando il ricavato della vendita dell'area in funzione della cubatura autorizzata? E che dire di quel poco di verde previsto senza alberi a mo' di moquette tra i nuovi palazzi, visto che sotto quella moquette era prevista una sovraelevazione dal piano strada per inserire parcheggi "sotterranei"? Il tutto in spregio del tanto strombazzato Piano Regolatore, che in zona prevedeva solo uffici pubblici.

     Personalmente sono capace di mediazione (anche se in questo momento e' uno dei temi che piu' mi provocano ansia); ma quanti non sono stati capaci di mediazione? Ebbene sì, un episodio di questo genere puo' determinare da solo un orientamento, perche' nella quotidianita' e nella qualita' della vita personale entra prepotentemente il proprio habitat, e la destra (ringraziando dio) era contraria a quel progetto.

       E' un piccolo esempio. Cosa implica? Che una forza politica debba rinunciare alle grandi opzioni? A parte il fatto che devono essere tali (e non quella rincorsa a rilanciare "tutto il cucuzzaro"), implica che deve acquisire una mentalita' che la renda capace di mediazione e raccordo fra quel terreno e un'altro micro, apparentemente insignificante, che oggi le sfugge completamente, ma che determina le piccole o grandi infelicità delle persone comuni.  Troppo intellettuale, troppo elitaria, troppo astratta e chiusa in sé stessa.

   

Non captiamo il paese

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Siamo sazi di commenti elettorali, inutile aggiungere il mio. Quello che penso l'ho detto strada facendo su questo blog, l'ultima volta ieri quando le votazioni erano in corso e le speranze alte.

Io, come ho detto prima del risultato, non ne avevo. Intuivo che non si era ridotto alcun gap..

Il risultato é, poi, migliore del consenso reale che ha il Pd. Se si rivotasse oggi questo sarebbe inferiore di almeno di 2-4 punti, perché tutti coloro che ci hanno riservato un voto utile per battere Berlusconi ritornerebbero, data l'inutilità del loro intenti, all'ovile, verso le forze che abbiamo di fatto svuotato, Sinistra Arcobaleno e Partito Socialista.

Una sola domanda mi sono posto, laterale rispetto alle tante che dovremo affrontare: perché un irregolare della politica può capire ciò che sfugge ai leader? Come fa a diffondersi la sensazione e la speranza che la vittoria sia possibile, che il trend sia ascendente ecc. qundo ci sono 9 punti di differenza? Convinzioni in cui si e' effettivamente creduto, come conferma oggi Veltroni.

Me lo spiego così: i nostri leader non "sentono" il Paese. Sono troppo abituati a essere circondati da militanti, che scambiano come campione dell'universo. Vivono solo in mezzo a loro. Non parlano con la gente comune, ne' hanno possibilità di incontrarla (anche per ragioni di sicurezza); nelle loro cene allargate, in giro per il Paese, ci sono tavolate di dirigenti e notabili locali dai quali vengono elevati a re della situazione. Non hanno mai fatto una fila in Posta o in Banca, preso un autobus per spostarsi, fatto la spesa al supermercato, lottato contro disfunzioni burocratiche nei loro confronti. Non potrebbero neppure farlo senza essere infastiditi, osservati, fatti oggetto di frasi e commenti. Ma, in questo limbo irreale in cui vivono, e' facile scambiare le mani che si propendono al passaggio, una testimonianza di stima da un ex elettore di Berlusconi  o le folle che applaudono e accorrono ai comizi come segnali di un Paese che sta cambiando umori ed é all'unisono con loro.

ho votato

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Al momento in cui scrivo le votazioni sono ancora in corso. Non ho avuto voglia dopo l'ultimo intervento di commentare in tema di politica. Non penso certo che il mio blog  possa influenzare qualcuno, ma ho reputato comunque necessario astenermi da riflessioni critiche e pessimistiche. Il blog l'ho concepito per condividere riflessioni, non per propaganda.

 

Ho votato, naturalmente Pd. Ma mai come in questa campagna elettorale ho avuto l'impressione di essere stato chiamato a scegliere tra due nomenclature. Non sono stato chiamato a scegliere tra due idee di Paese.

Certo, non due nomenclature identiche. Se non altro l'uscita sulla Presidenza della Repubblica, sulla giustificazione dell'evasione, sull'eroismo di Mangano, dà l'idea di che pasta siano i vertici di F.I.. Spero anche che abbiano convinto molti che la necessità di un voto "anti" non e' finita, e quindi a non disperdere il voto. Anzi, penso che siano stati provvidenziali.

Ma mi sarei aspettato questa volta di poter opporre anche un "per". Certamente non e' un "per" quel debolissimo programma elettorale, dal quale ogni tanto veniva estratto qualche ingenua proposizione in stile marketing "il mio detersivo lava piu' bianco". Non e' un "per" una campagna elettorale che per un tratto e' sembrata affare privato dei candidati, senza nessun richiamo a una partecipazione corale del partito, se non per assistere ai comizi e organizzare cene elettorali e sporadici stand. Ha imperato un eccesso di leaderismo e personalismo. Le candidature hanno proposto catene circoscritte e chiuse di amici, amici di amici, fedeli, con l'aggiunta di qualche esoterico e scriteriato inserimento..

Dico tutto cio' con grande sgomento. Ho l'impressione che se Veltroni non starà attento e se l'euforia dei bagni di folla e degli osanna (che, ricordiamocelo, e' dei militanti non del Paese) gli farà velo, il Pd sarà prestissimo rimangiato dalla vecchia politica. Comunque vadano le elezioni il Pd dovrà ancora discutere (e piu' che altro agire) su come superare la politica oligarchica e autoreferenziale e come costruire un partito pensante e aperto.

Ora, pero, dimentichiamo tutte le riserve. Incrociamo le dita. Speriamo che domani, di fronte a una nostra vittoria, un pessimista come me stia qui, nell'euforia, a chiedersi cos'e' che non é stato in grado di capire e percepire.

(le frasi sono tratte da un'articolo sulla questione dei dazi, che sarà pubblicato successivamente e che e' leggibile integralmente al link dazi.doc)

 

1.   .......

C'é un pizzico di nominalismo nella questione [dei dazi] se coloro che mostrano una forte avversione ai dazi (si intende: europei) sono pronti a sostenere che lo yuan é sottovalutato e dovrebbe rivalutarsi. Quando un cambio amministrato porta un paese a catturare sistematicamente più quote di mercato mondiale di quanto ne crea, qualche aggiustamento é necessario, pur concedendo al paese più indietro economicamente il diritto a preservare il sue export led growth e a accumulare riserve. La sottovalutazione (artificiale) del cambio equivale a un sussidio alle proprie esportazioni e a un dazio posto sulle importazioni dall'estero.

I dazi che la Cina può subire possono allora configurarsi come un elemento di pressione (e di compensazione) affinché elimini i suoi (cioè rivaluti). Di solito, la dissuasione la attua il mercato, quando - come é avvenuto con il marco all'inizio degli anni '70 e con lo yen a all'inizio del decennio successivo - un ingente flusso speculativo contro la moneta sottovalutata renda impossibile il mantenimento della gestione dei cambi senza perdere il controllo monetario all'interno. Ma questo é vero in un mercato libero e non nel caso della Cina dove il sistema bancario e finanziario sono largamente anch'essi amministrati e sotto stretto controllo statale. Può essere il mercato del lavoro che si congestiona e fa lievitare i salari a produrre il risultato - come é avvenuto in Europa  alla fine degli anni '60 -, ma per riaggiustare lo squilibrio commerciale attraverso questo processo possono essere richiesti, nelle condizioni cinesi, 20 anni che oggi appaiono un'eternità. E quando questo avverrà toccherà a qualche altra area, che oggi é lontana dallo sviluppo, diventare la Cina di oggi.

Tenere di riserva mezzi di pressione per impedire che lo yuan permanga ai livelli esistenti può non essere eterodosso per la Comunità europea (e per gli Usa), considerando che la Cina applica anche veri e propri dazi, talvolta molto elevati.

Detto questo, siamo in un campo di estrema ratio, che può essere percorso per via concordata e periodi limitati di tempo, ma che altrimenti può precipitare reazioni a catena da cui nasce un mercantilismo in cui non c'é qualcuno che vince.

......

L'economia mondiale é troppo intrecciata perché i paesi occidentali possano pensare a interventi unilaterali salvifici e risolutori. Porto semplicemente due dati emblematici per capire quanto sia scarsa la semplificazione che può essere portata in tema di commercio. E riguardano i telefoni finlandesi Nokia che hanno componenti che provengono da 40 paesi del mondo e l'i-Pod che, prodotto in Cina, lascia in Cina solo 4 dei 299 dollari ai quali é commercializzato su scala mondiale.

 

2. Rimane, tuttavia, quella che é al fondo la domanda implicita che pone Tremonti: un Paese ha diritto di governare il suo inserimento nel sistema commerciale internazionale o deve lasciare che l'aggiustamento alle condizioni esterne sia l'esito (quale che sia) del mercato?. É lecito che  protegga le produzioni (e l'occupazione interna), che considera strategiche nella sua specializzazione e che rischiano di essere travolte, per il puro dato di velocità con cui avanza la concorrenza, prima di aver avuto il tempo di reazione e adattamento?  La mia risposta é "sì",

 ......

Ma senza illusioni.

........

Il tempo e gli strumenti affinché le imprese si trasformino sono certo fondamentali. Ma trasformarsi vuol dire anche internazionalizzarsi, decentrare le produzioni, fare strategie che coinvolgano scacchieri mondiali di produzione, marketing e finanza, indipendentemente dalla scala delle imprese.

 

Veltroni ha presentato lunedì un importante piano di sburocratizzazione del Paese. Certo, in campagna elettorale occorre andare su argomenti di più diretta comunicazione e di più facile presa. Né é certamente il momento per una discussione tematica. Non voglio sminuire l'importanza e la serietà del progetto, ma continuo a chiedermi se il punto di attacco per una Pubblica Amministrazione capace di contribuire efficacemente alla competitività del Paese sia quello della (necessaria) sburocratizzazione o sia quello - meno evocativo per il grande pubblico - di un suo assetto adatto a incidere sui processi reali. Il che implica la sua riorganizzazione per obbiettivi, l'individuazione della filiera che agisce in relazione a quegli obbiettivi, l'attribuzione di responsabilità, su quali agenzie e strutture vengono concentrate le risorse finanziarie e i poteri di coordinamento. Lascio qui il tema, perché non e' di questo che voglio parlare, bensì della promessa, che accompagna il piano di sburocratizzazione, che se il Pd vincerà le elezioni taglierà 5.000 leggi entro il 2008. L'argomento é popolare e di facile presa, ma anche qui mi chiedo se sia nell'eccesso di leggi un punto cruciale del rapporto tra la legiferazione, la competitività del Paese e il disagio dei cittadini e produttori.

A mio giudizio, una società che diventa più complessa ha una legislazione più complessa, addirittura più minuta; poi possiamo discutere se deve essere  primaria, secondaria o - usiamo questo termine - terziaria (Authorities), oppure demandata alla autoregolazione dei corpi intermedi; ma il semplice confronto fra il numero delle nostre leggi e quelle francesi o tedesche, ad esempio, non rivela molto perché in Francia o in Germania esiste una legislazione secondaria vastissima che colma tutto il terreno mancante a pareggiare ciò che è normato dalla legislazione primaria e secondaria in Italia. Faccio un esempio qualsiasi: se si vuole dare vita ad una politica di detassazione delle spese per la ricerca scientifica, occorre indicare cosa si intenda per "spese per la ricerca scientifica". Ciò può avvenire non per legge primaria ma con una normativa del Governo; occorre, tuttavia, specificare in ogni caso tutta la casistica rilevante. E' evidente che meno leggi implicano più circolari e che in tal caso non si può impedire di lasciare al Governo di avere discrezionalità sulla normazione di aspetti sostanziali. Oltre alla complessita' della società, la maggiore attenzione che vi é oggi alla tutela del cittadino e del vivere civile richiede più norme. Oggi si tende (giustamente) a regolare anche il modo in cui si produce il formaggio e (giustamente) va poi normata la deroga per le produzioni tipiche. Le norme possono essere scritte meglio, i rimandi possono essere minori, l'approccio in sé può essere più liberale - tutto giusto -, ma non mi sembra che il numero delle leggi sia in sé un elemento importante.

    Cosa e' importante allora dal punto di vista della competitività e di un rapporto disteso tra legislatore e cittadini?. Almeno tre cose.

    Innanzi tutto, é importante la codifica delle leggi. Questa consente intanto di ragionare per principi e di raggruppare le norme in una logica di sistema, consentendo certamente maggiore orientamento per i destinatari e certezza del diritto. Eliminerebbe non poche leggi. Di questo mi sembra che il progetto sia più che consapevole. Ma, dove e' carente é nella consapevolezza che é un compito complesso e lungo. Altro che 2008; la codificazione é a dir poco un programma di legislatura!. Basta dire che, in nel solo campo tributario, una legge delega per la codificazione (approvata nel 2003) non ha mai avuto avvio e una, più limitata, di riordino della normativa dell'accertamento, é rimasta in discussione nel Parlamento disciolto senza riuscire ad essere approvata.

    E' importante, poi, un approccio teso a delegare (per legge) l'autoregolazione ai soggetti privati collettivi (associazioni di categoria, professionisti, aggregazioni territoriali, ecc) quando questi sono in grado di esercitarla, limitando l'intervento legislativo a linee direttive e a incentivi e disincentivi verso comportamenti conformi agli obbiettivi, ma lasciando alle parti il perseguimento di accordi diretti, di modelli di governance, di protezione assicurativa, di definizione dei rapporti e codici interni, degli standard di qualità, ecc.. Ma anche questo e' un compito delicatissimo (e in sè un programma politico), che deve far parte di un approccio pensato per tempo e in profondità; approccio che sappia distinguere quando lo Stato deve trovarsi in posizione cooperativa, o di mediazione, o di semplice sorveglianza, oppure (se necessario) di supplenza. Deve avere dei distinguo molto netti. Faccio un esempio: l'eccesso di soluzioni di governance lasciate all'autonomia degli statuti dell'impresa nuoce alla tutela delle minoranze, alla crescita dell'impresa e alla crescita di nuovi soci e crea uno scalino normativo con le societa' quotate.

   Ultimo ma non ultimo, sono importanti il tempo e le modalità della legiferazione. Il che coinvolge le procedure attraverso le quali il Parlamento (che é il titolare del processo legislativo) arriva a varare una normativa su settori di particolare interesse. Spesso e' il ritardo o le lungaggini con cui interviene in campi sensibili a danneggiare le imprese. Qui addirittura tocchiamo temi ciclopici. La semplificazione e la tempistica legislativa possono, a mio avviso, migliorare solo a partire da un presupposto, che porta lontano: che l'esercizio del potere legislativo si sposti sempre più verso il Governo. O accettiamo questo punto di partenza  oppure non c'e' soluzione al tema. Finché il Parlamento ritiene di avere la centralità in materia legislativa sarà sempre un elemento di freno alla competitività del paese, una sorta di strozzatura, perché finisce per invischiarsi in una microlegislazione che ovviamente lo intasa, gli fa perdere il senso del suo ruolo e rende sempre più complicato e disordinato il varo delle leggi. Finché rimarrà caricato di norme e contronorme a garanzia di questo suo ruolo non c'è nulla da fare. (Oltretutto, un ruolo presunto perché proprio le farraginosità di funzionamento producono spontaneamente la perdita di centralità). Oggi dobbiamo pensare ad un Parlamento che sempre più dia gli indirizzi e sempre più indichi le linee fondamentali di intervento che il Governo deve seguire, lasciando a quest'ultimo la libertà di riempire le caselle, indicate con precisione, e controllando poi come l'esecutivo abbia tradotto le indicazioni parlamentari in atti definitivi. Ma e' proprio ciò che il nostro Parlamento non sa fare (il che chiama anche in causa il modo in cui vengono costruiti i gruppi parlamentari - tutti).

L'argomento della semplificazione legislativa apre un mare magnum che e' troppo semplicistico (anche se giustificato dal momento elettorale) risolvere sbandierando numeri sulle leggi da sopprimere.